Intervista a Matali Crasset
Torino: una città dove potrei vivere

Una delle installazioni proposte alla mostra "Flexibility. Design in a fast-changing society" è firmata da Matali Crasset, che risponde alla richiesta di trasformabilità degli spazi domestici progettando una serie di "instant rooms", da lei stessa definiti "spazi non-permanenti che hanno luogo il tempo di un'azione, ...che ci permettono, per esempio, di invitare un amico a dormire una notte o di fare un sonnellino pomeridiano" e possono diventare "uno spazio in cui rilassarsi o uno spazio per concentrarsi". La dimostrazione, insomma, che le nostre case possono adattarsi alle molteplici esigenze del quotidiano quando lo spazio, considerato generalmente uno schema rigido, si converte in una cornice elastica.

Abbiamo colto l'occasione per fare qualche domanda a questa originale designer francese.

D. Quest'anno Torino, nominata capitale mondiale del design, ha la possibilità di farsi conoscere in una veste nuova, esplorando i processi di design applicati alla città non legati solo al settore del car design. Conosce la città? Cosa ne pensa?

R. Quando studiavo conobbi Torino attraverso l'architettura di Carlo Mollino e poi attraverso le foto delle architetture simbolo della città. Ho scoperto la città reale nel 2000 in occasione della Biennale BIG. Penso sia una città dove potrei vivere ...

D. Partecipa alla mostra "Flexibility. Design in a fast-changing society" che sottolinea come nella nostra società, caratterizzata da continuo cambiamento, la flessibilità progettuale diventi esigenza e risposta al tempo stesso. Il suo lavoro risponde a questo bisogno dell'uomo contemporaneo?

R. Indubbiamente. Il mio approccio non è mai formale o estetico, ma si basa, appunto, su concetti quali la modularità e la flessibilità. Spesso gli oggetti e gli interni di design risultano statici, quasi pietrificati in una determinata forma. Per me flessibilità significa vivere gli spazi trasformandoli in base a come cambiano le attività nel corso di una giornata normale.

D. Flessibilità e adattabilità sono, dunque, qualità indispensabili di un progetto di design. Quali sono altri requisiti fondamentali, secondo lei?

R. Dipendono dal progetto. Sto lavorando intorno ad idee generiche quali la generosità, l'empatia, l'ospitalità e la flessibilità, appunto. Ma il design, non dimentichiamolo, ha la funzione primaria di progettare strumenti per lo svolgimento di determinate attività e spazi dove le persone si incontrano, discutono e si relazionano. La complessità delle componenti che entrano in gioco in un progetto di design non permettono di attribuirgli tante qualità differenti; dal rendez vous tra il desiderio/richiesta del cliente e la mia pratica scaturiscono i requisiti che, di volta in volta, si dimostrano fondamentali.

D. Qual è la missione culturale e sociale del design di oggi? E' cambiata negli anni?

R. Il design contemporaneo cambia rapidamente e ha molte sfaccettature. Amo questo suo evolversi perchè significa che interagisce e sta al passo con i cambiamenti della società in cui viviamo. La nostra missione e sfida è pensare in modo diverso e sforzarsi di proporre sempre nuove metodologie che conducano a nuove tipologie progettuali.

D. Cosa non ti piace del design oggi?

R. Niente. Il design non è dogmatico come una religione, non esiste un buon design o un cattivo design. Anzi è proprio la diversità delle proposte che lo rende interessante. A me non piace cercare che cosa accomuna i vari designer ma al contrario che cosa li contraddistingue.

D. La sua produzione è molto eterogenea: qual è il metodo progettuale che le permette di affrontare tipologie tanto diverse e, in particolare, quando progetta per i bambini?

R. Il mio metodo consiste nel dare il benvenuto alla gente nel mondo contemporaneo e varia a seconda del periodo perchè la creatività cambia nel tempo. Per quanto riguarda i progetti destinati ai bambini, li trovo molto stimolanti perché loro non hanno filtri (estetici, culturali, ...) e così si vede con immediatezza se gli piace quello che hai pensato per loro.

D. Forme naturali e non strutturate e uso di materiali e tecnologie d'avanguardia: come coniuga questi aspetti progettuali?

R. Non penso mai in termini di materiali e tecnologie. Penso prima di tutto ad un'intenzione: che cosa voglio dare all'utente e in seconda istanza analizzo con il cliente come possiamo realizzare il progetto servendoci del suo team e del suo know-how.

D. La sua traiettoria professionale è formidabile. Sogna un progetto in particolare?

R. Non sogno un progetto in particolare. Non ho mai pensato, mi piacerebbe disegnare un Capsule Pigeon Loft, un hotel o un sex-toy. I progetti mi arrivano. In questa fase sono interessata a collaborare con personalità e professionalità differenti, per esempio con artisti come il pittore americano Peter Halley, o a invadere campi inconsueti per un designer come un programma radiofonico. Ma in generale posso dire che i sogni dei miei clienti diventano i miei sogni. (L.P.)

Link:
Flexibility. Design in a fast-changing society

www.matalicrasset.com

 



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