Membro della Presidenza Internazionale di Slow Food
L’anno scorso Slow Food Italia ha organizzato un convegno sul tema slow+design. Potrebbe spiegare in cosa consiste questa iniziativa e qual è l’obiettivo da essa perseguito?
Noi siamo partiti da una considerazione di fondo: che la filosofia su cui si basa Slow Food stava contaminando, influenzando e diventando trasversale a tante altre categorie di pensiero. L’esperienza che Slow Food aveva sviluppato in questi anni sul tema della difesa della biodiversità e dei contatti che questa aveva sviluppato con la realtà internazionale avevano trasformato Slow Food in una sorta di modello di rete di collegamento.
Quindi siamo partiti dalla riflessione per cui all’interno dell’esperienza di Slow Food, del lavoro da questa svolto sul tema della alimentazione e della agricoltura, ci fossero tanti elementi comuni al mondo del design strategico. Da qui la necessità di generare un incontro tra queste due comunità scientifiche, quella legata al mondo delle scienze gastronomiche con quella legata alla ricerca della progettazione, come dire che il modello di Slow Food era un modello di design strategico.
Cosa intende per design strategico?
Utilizzando questa espressione intendo riferirmi al fatto che dentro all’approccio che noi abbiamo avuto con il cibo c’è stato sin dall’inizio un’intuizione: quella di capire che il cibo era il risultato di un lavoro agricolo e che dentro questo lavoro agricolo si concentravano più elementi, il primo era determinato dalla tradizione e dal forte legame con il territorio, il cosiddetto savoir-faire dei contadini e delle tradizioni produttive, il secondo elemento era costituito dal fatto che dentro la produzione del cibo c’era anche un elemento di legame con l’ambiente. Non può esserci cibo di qualità se non esiste al tempo stesso un ambiente di qualità.
Affrontando questi temi, ci siamo resi conto che, in effetti, stavamo definendo un progetto volto alla valorizzazione delle risorse locali ponendo in evidenza la qualità delle esperienze locali ed il concetto di biodiversità delle culture.
Ecco, in questo senso dentro l’agire di questa nostra esperienza c’era un modello, un prototipo che prefigurava un po’ il lavoro di progetto che il designer strategico sviluppa quando si pone l’obiettivo di ragionare sulle nuove visioni.
Ma lei sta pensando al design che aiuta ad esprimere questa tradizione o esperienza locale, o a qualcosa che vada oltre quest’aspetto?
Io, in realtà, sto reagendo ad una degenerazione che ho visto accentuarsi in questi anni nel mondo del design: quella di cercare di interpretare il fenomeno del cibo unicamente con una logica del food design; per cui abbiamo assistito alla banalizzazione di questo concetto, qualcuno ha creduto che fosse sufficiente mettere insieme un architetto ed uno chef famoso per generare la creatività del rapporto fra food e design.
Ma questo è un approccio antiquato, sbagliato, giocato sulla spettacolarizzazione del concetto. Da questa considerazione è nata l’idea di concentrarsi sul percorso che ha consentito al cibo stesso di trasformarsi in una sorta di rete - perché il cibo è una specie di rete, è un elemento complesso, e se ben analizzato mette in relazione più categorie di elementi di carattere chimico, salutare, storico, economico.
Abbiamo rinvenuto la possibilità di focalizzarci su tale percorso proprio attraverso il collegamento con coloro che oggi si occupano di design strategico, capaci di definire nuove visioni e di fornire strumenti metodologici di sostegno al mondo dell’alimentazione e del cibo.
Quindi parlando del design, lei lo lega non solo al cibo ma anche ad altri elementi ad esso connessi?
Certo, le faccio un esempio concreto.
Recentemente in Toscana abbiamo contribuito alla nascita di un distretto delle energie rinnovabili e alternative. Il progetto di questo distretto ha avuto origine dall’esperienza agricola e da un modo diverso di concepire l’agricoltura, l’allevamento e la produzione che avesse come scopo non solo il tema della sostenibilità, ma anche la ricerca di una visione e di un disegno capaci di definire in modo diverso alle strutture abitative e di pensare in modo sostenibile all’utilizzo dell’energia, all’impatto sull’ambiente.
Ecco, in questa esperienza noi abbiamo dovuto fondere in maniera armonica l’esperienza di Slow Food sul tema dell’agricoltura, del cibo, della sostenibilità e degli allevamenti, con esperienze più direttamente legate ad un disegno sostenibile del territorio: questo caso costituisce un esempio della fusione delle due discipline.
Perchè il termine ‘slow+design’? Perché non semplicemente ‘slow design’?
Perché noi riteniamo che in questo momento sono le due esperienze, le due discipline, quella generata da ‘Slow’ Food, con tutto quello che comporta, e l’esperienza del design che devono confrontarsi e stimolarsi reciprocamente, altrimenti si sarebbe corso il rischio di creare una nuova parola alla moda.
Già diversi siti portano il tema dello slow design, in nome del quale sono nate numerose iniziative in molti casi positive in altri semplicemente alla rincorsa delle tendenze del momento.
Di conseguenza, utilizzare il termine ‘slow+design’ vuole indicare che queste due discipline culturali devono trovare il modo di confrontarsi e di darsi dei contributi reciproci in armonia.
Per esempio?
Nel mondo del vino stanno notevolmente cambiando le abitudini al consumo, e quella che molti anno fa sembrava una logica scontata nell’approccio alla qualità del vino oggi si sta modificando. Il consumatore non si accontenta più di ricercare solamente un vino buono da bere, ma cerca anche un vino buono da pensare con tutto quello che questo comporta nel rapporto con l’ambiente, nel modo di produrre il vino.
Quello che verrà ricercato in futuro sarà un prodotto con certe caratteristiche sensoriali di tipo sostenibile, in sintonia con l’ambiente: per alcuni versi emerge un tema provocatorio che considera un vino che non aspiri alla perfezione, anzi, che acquisisce qualità, paradossalmente, dalla sua imperfezione.
Il design dell’imperfezione.
Questo tema dell’imperfezione io sono convinto diventerà un tema di grande rilevanza nel futuro, anche per il mondo del design come per il mondo della definizione della qualità dei territori. Tanti territori sono esageratamente modificati dall’uomo affinché divengano perfetti, mentre il loro appeal, la loro forza di attrazione nel futuro sarà proprio essere e rimanere naturali.
Così come un altro concetto, che si pone alla base di tanti ragionamenti nati all’interno dell’esperienza di Slow Food, è quello del ‘controllo del limite’: un prodotto di qualità che abbia caratteristiche di essere un prodotto buono, pulito, ma anche giusto non può essere replicabile all’infinito, deve avere un limite sia quantitativo, sia geografico, sia economico, sia in termini di impatto ambientale.
Credo che questo concetto abbia una grande valenza nel mondo della progettazione e del design.
Lei sta pensando esclusivamente ad un design di servizi, di un territorio o di un tessuto locale, o questo approccio può essere applicato al design di prodotti, al design della tecnologia, al design di internet?
Ma, è chiaro che l’elemento del rapporto con il territorio e del design dei servizi è che quello che presenta maggiori analogie con l’esperienza e con la sfera esperienziale di Slow Food, ma io credo che questo concetto, questo metodo, possa essere applicato al design nella sua logica più generalizzata.
Io ritengo che la grande sfida futura nell’area dell’alimentazione sia quella di riuscire ad innalzare la qualità media del prodotto alimentare di ‘uso quotidiano’.
La grande scommessa consisterà, cioè, nell’innalzare la qualità dei prodotti di base, della pasta, dell’olio, della verdura, del pane e così via: concetto che potrà avere grande valenza anche per la produzione degli oggetti da design.
L’uso e la progettazione degli oggetti dovrà saper fare i conti con la storia dell’artigianalità, con la rintracciabilità della materia prima, con il rapporto materia-territorio. Questi concetti li abbiamo imparati dal mondo del cibo e dell’agricoltura ma, credo che abbiano una grande valenza anche nel mondo del design.
Ci sono esempi di persone e di iniziative che sono attivi a livello internazionale che sono state coinvolte nell’approccio che voi volete mettere in atto o state ancora sviluppando questa rete?
Una rete di collaborazione stretta con il mondo del design è stata avviata attraverso il convegno di ottobre a Milano, di cui parlavamo pocanzi. Questo ha generato in modo flessibile e spontaneo una rete virtuosa di collegamenti, di scambi e di relazioni messe in campo su scala internazionale anche con università, studiosi, intellettuali.
Un famoso ricercatore, Fritjof Capra, il quale si occupa delle reti sociali, ha stretto in questi mesi un rapporto di collaborazione intellettuale con l’esperienza di Slow Food, rinvenendo in tante nostre iniziative un esempio di metodologia strategica di comunicazione.
Noi abbiamo recentemente lanciato l’idea della realizzazione di centinaia di “orti didattici” nelle scuole del mondo. Questa idea non è solo un’idea volta ad insegnare la manualità della coltivazione di prodotti naturali, ma è un ‘approccio a rete’ che permette ai giovani e alle persone che si occupano di un orto di capire le connessioni esistenti tra la terra, l’ambiente, la sostenibilità, le stagioni, il clima, il tempo: oggi queste sono tematiche di attualità.
Un altro esempio concreto è costituito dalla modificazione climatica in atto che ha recentemente indotto, gli operatori del mondo enologico di varie regioni italiane ad anticipare notevolmente le vendemmie.
Se la modificazione del sistema climatico si riproporrà in futuro, credo che anche il sistema vitivinicolo dovrà ragionare su queste tematiche e costruire una visione agronomica di intervento sui territori che tenga conto di questo.
Il design strategico e di servizi in questo caso potrebbe interagire fortemente con un’esperienza come questa.
Nei vostri testi fate spesso riferimento alla ‘sensorialità’ ed al ‘design dell’esperienza’, potrebbe chiarirci il significato che attribuite a questi concetti ed il che contesto in cui li considerate?
Certamente. Fino a qualche anno fa avvicinarsi in modo sensoriale ad un prodotto alimentare o enologico voleva dire ragionare unicamente sul concetto organolettico di bontà: per cui un prodotto doveva essere eccellente, buono da mangiare.
Quando si discuteva di un vino si ragionava su ciò che stava dentro il bicchiere per capirne la qualità.
Oggi le cose sono profondamente cambiate, noi cerchiamo di ragionare su un approccio sensoriale che oltre a tener conto della qualità organolettico-sensoriale sia capace di considerare anche ciò che accade fuori dal bicchiere.
Quindi nel valutare un prodotto, sia esso alimentare o enologico, i fattori chiamati in campo non sono più solamente quelli estetici-sensoriali, ma diventano anche quelli di carattere ambientale, etico, sociale: da qui l’idea che un prodotto debba essere ‘buono’, in quanto buono da mangiare, ma anche ‘pulito’, ovvero il risultato di un’agricoltura rispettosa dell’ambiente sostenibile, e ‘giusto’, perché frutto di un percorso con valenza etico-sociale.
Questa esperienza del mondo del cibo, oggi è un’esperienza che può facilmente contaminare esperienze realizzate nell’ambito della moda, dell’esperienza artistica ed anche quella del design degli oggetti.
Non basta più che un prodotto sia bello da vedere ed esteticamente ricco di emozioni, ma deve avere dei valori aggiunti che dipendono dalla materia e da come questa è stata ottenuta e lavorata. In questo senso parlare di ‘sensorialità sostenibile’ vuol dire pensare a qualcosa che oltre ad essere di buona qualità estetica, o organolettica, abbia anche in se altri valori.
Quindi per voi il design dell’esperienza non è solo design dell’esperienza del prodotto ma di tutto il sistema di produzione.
Certamente l’elemento cosiddetto ‘valoriale’, o ‘esperienziale’, è un elemento chiave nel valutare il prodotto: tale elemento non possiede solo un valore etico ma ha anche un valore fortemente pragmatico, perché in questo modo vengono valorizzate le economie locali, così come il savoir-faire dell’artigianato, mantenendo la consapevolezza che queste esperienze possono confrontarsi con esperienze più grandi di produzione anche, in alcuni casi, di tipo industriale.
Quali iniziative state intraprendendo per rendere il progetto slow+design più concreto e per implementare queste idee?
Io rinverrei nell’esperienza di Slow Food, ed in particolare nel progetto di ‘Terra Madre’ il campo di maggior consolidamento di queste idee.
‘Terra Madre’ è stato un grande esempio di design progettuale, che ha coinvolto migliaia di microcomunità del cibo sparse in tutto il mondo, applicando il concetto di ‘pensare localmente’ ma ‘progettare in una visione globale’ dando voce alla storia, alle identità, alle culture di queste specifiche popolazioni, ognuna delle quali è portatrice di un prototipo, di un microprogetto che si fonda su cultura, tradizione, tecniche, conoscenze e savoir-faire propri.
Nel futuro il problema sarà quello di creare una rete stabile che realizzi il collegamento virtuoso tra tutte queste esperienze.
In questo caso l’esperienza del design potrebbe essere fondamentale nell’incrementare lo sviluppo, la rete, i collegamenti, lo scambio tra queste esperienze.
Inoltre in occasione di Torino 2008, Slow Food in collaborazione con il Politecnico di Torino sta pensando di dare una risposta precisa e concreta all’ideazione e progettazione al prossimo Salone del Gusto.
Vorremmo che questo Salone, anche nella sua progettazione pratica, venga progettato e sviluppato attraverso l’implementazione di una metodologia di sostenibilità, con un impatto il più lieve possibile sulla città, sull’urbanistica, sui trasporti, sulla viabilità ma anche sull’inquinamento, sugli scarichi che si determineranno a fronte di un evento che vede coinvolte più di 150.000 persone.
Noi pensiamo che queste piccole risposte siano già un modo di dare una visione immediata di quanto sia possibile fare per rendere sempre più sostenibile il progetto.
Ci sono tanti designer che sono implicati o saranno implicati in Torino 2008 e tanti altri, lontani dall’Italia se non addirittura dall’Europa, che leggeranno questa intervista, disponibile anche in inglese sul sito di Torino 2008. Cosa possono fare coloro che sono interessati a questa iniziativa e che vogliono proseguire in quella direzione? Esiste una struttura che consenta di scambiare idee?
Slow Food e l’Università delle Scienze Gastronomiche cercheranno di dare vita ad uno spazio in cui possano convergere suggerimenti ed idee: si tratta di un ragionamento in progress per adesso nato molto spontaneamente.
Anche all’interno di Slow Food l’idea stessa di design e di ecodesign stanno piano piano penetrando: molti dei ragionamenti trattati in questa sede non sono ancora patrimonio dell’intero movimento di Slow Food, ma stanno gradualmente armonizzandosi e sono convinto che, vista l’attenzione suscitata, valga proprio la pena, nel futuro, di dare spazio e continuità al convegno iniziale dell’anno scorso e cercare di costruire una rete di collegamenti che del rapporto slow+design abbia una visione più scientifica e culturale, l’esatto contrario della spettacolarizzazione e della banalizzazione che spesso si è creata attorno a questi temi.
Per ora si tratta solo di una iniziativa italiana o ci sono già altri paesi nei quali Slow Food è attivo che sono già impegnati a pensare ai temi di slow+ design?
Ho avuto occasione in recenti viaggi in Giappone di tenere delle conferenze in alcuni spazi università su questi temi ed ho riscontrato una forte sensibilità verso l’argomento.
Si tratta ovviamente di un discorso in progressione che necessita di trovare una rete che ci permetta di dialogare e di mettere in evidenza le esperienze che in paesi come l’India ed il Brasile si stanno sviluppando attorno a simili temi.
Ci sono già temi particolari sui quali intendete lavorare al livello internazionale?
Penso che ci sia un tema in particolare su cui potrà essere interessante confrontarsi con queste comunità e con questi studiosi, ed è quello del ‘mercato’.
E’ mia opinione che in futuro nelle grandi metropoli, e non solo, anche nei centri periferici, le esperienze che stanno nascendo di “farmers markets”, ad esempio, si consolideranno, generando l’idea di una visione nuova ma legata alla storia ed alla tradizione del mercato non solo come fatto commerciale ed economico, ma come luogo di incontro e scambio, un luogo in cui costruire dei terminali di reti di comunicazione.
A questo punto l’idea del mercato con le relative implicazioni su economie locali, sull’urbanistica, sull’impatto ambientale e sulle forme di aggregazione, diventerà un tema di grande rilevanza. Sto già lavorando con designer e studiosi perché questo possa divenire un importante argomento futuro.
Concretamente lei cosa sta facendo in quest’area?
Come appartenente a Slow Food sto lavorando al progetto di apertura di un centinaio di mercati e di esperienze di mercati, in Italia, che abbiano al loro interno le caratteristiche che prima ho elencato, non solo di luogo di vendita ma di luogo di incontro tra produttore e consumatore.
Il consumatore, proprio attraverso il mercato potrà ricoprire il ruolo di ‘consum-attore’, di ‘co-produttore’, consapevole della filiera: il mercato diventerà grazie a questo progetto una possibilità di mettere in rete le piccole produzioni, una risposta alle esperienza nate dalle comunità del cibo di ‘Terra Madre’.
Attorno a questa idea sarà necessario avere degli strumenti che nascono all’interno del mondo del design sia esso strategico, dell’esperienza o dei servizi.
Quando verrà lanciata questa iniziativa?
E’ una iniziativa che sta già partendo all’interno di Slow Food. In alcune realtà e regioni questi modelli stanno già nascendo, è una iniziativa che negli Stati Uniti o in Inghilterra trova nei farmers markets numerosi esempi concreti.
Al fine di dare forza, qualità e progettualità ad un progetto come questo, bisogna riuscire a collegare in rete tutte queste esperienze, a farle diventare una sorta di messaggio di una visione nuova di una micro-economia che diventa economia locale.
Avete ancora altri progetti connessi al mondo del design?
Ad esempio il progetto da anni sostenuto dei presidi, che sono una specie di piccoli modelli di economia locale sostenibile all’interno di un territorio, volti alla salvaguardia della biodiversità e che mirano, allo stesso tempo, alla protezione dall’estinzione di certi prodotti.
Questi presidi, che oggi ammontano a circa 400-500 in Italia, sono di per sé dei modelli di design di rete, ma la loro forza non consiste solo nel salvaguardare una tradizione, una metodologia di produzione, un prodotto o una materia prima che rischiano l’estinzione.
La loro forza sta nel rappresentare un modello di microeconomia inserito in territorio capace di ridare forza, vivacità e attività a delle economie.
Sono centinaia gli esempi, in Italia e nel mondo, di prodotti che rigenerandosi attraverso un modello che per certi versi ha seguito dei criteri di design strategico, stanno riqualificando il territorio, il turismo, l’agricoltura, il modello d’impatto sull’ambiente.
Anche nell’ambito di un simile progetto saranno più che positivi gli esempi, le possibilità e gli studi che il mondo del design potrà fornire.
Ma le faccio anche un altro esempio.
Vada pure.
La viticultura è un fenomeno che non si limita alla produzione di vino ma che agisce sul territorio da un punto di vista agronomico, lo disegna, ci interviene.
Addirittura oggi è in atto un ragionamento di cui bisognerà rivedere certi criteri, per cui la stessa architettura delle cantine, lo stesso modello di viticultura per essere sostenibile nel futuro dovrà essere ridisegnato, rimmaginato e riprogettato. Questa esperienza dovrà mettere in campo l’interazione tra il mondo del design e quelli della viticoltura, dell’agronomia, e di Slow Food.
Concretamente?
Il cambiamento di stili nell’approccio al cibo apporterà modifiche sostanziali al modo di concepire l’ambiente, la cucina, il luogo, lo scenario in cui il cibo verrà consumato.
Mi riferisco all’ambiente cucina, delle abitazioni delle case, e quindi lancio una specie di provocazione: io sono dell’idea che quell’ambiente tenderà a diventare una ‘zona liberata’ della casa in cui, ad esempio, non sarà l’estrema tecnologizzazione a risolvere il tema della cucina ma sarà invece l’idea di un ambiente dentro il quale bisognerà riscoprire oggetti, materiali e strumenti che devono tenere conto del cibo sempre più naturale che noi tenderemo a consumare.
La cucina slow…
Si. Di conseguenza, l’idea stessa di frigorifero, l’idea di come vivere la cucina e come conservare il cibo andranno messe in discussione.
Questo è solo un esempio di come una modificazione degli stili alimentari ed una maggiore sensibilità verso un cibo buono da mangiare ma anche buono da pensare avrà delle ripercussioni concrete: la sensorialità sostenibile dovrà richiedere anche ai designer, una maggior conoscenza dell’argomento.
Non è possibile progettare una cucina senza conoscere le materie prime che all’interno di essa vengono trattate, così come non è possibile progettare una pentola se non si tiene conto dei materiali e della materia prima che all’interno verranno cucinati.
E la materia prima del futuro avrà caratteristiche diverse, dovrà essere pensata in modo diverso, ecco allora che la multidisciplinarietà, la multisensorialità dovrà prevedere la contaminazione reciproca dei due mondi e non basterà più che un architetto sia molto bravo tecnicamente. Dovrà avere competenze di più vasto raggio.
Mi ha incuriosito l’idea del frigorifero slow. Lei stava pensando ai prodotti che non vanno conservati a lungo al suo interno?
Certo, io sto pensando a tanta saggezza che un tempo era presente nelle tradizioni di acquisto e di consumazione del cibo delle famiglie e nella logica del rapporto con il cibo.
Gli acquisti erano ritmati dalle stagioni, dalle necessità, dalla possibilità economica, dalla disponibilità, dalla conservabilità e dalla reperibilità. Se tutta questa serie di valori entreranno nuovamente a far parte della cultura dei consumi credo che tanti oggetti e spazi che fino ad oggi nelle case avevamo pensato in un certo modo, verranno ripensati.
Grazie.















